Luci della ribalta
Bambino “Ma, prima di nascere, dove stanno i bambini?”
Uomo “Eh… stanno in un posto bello, dove tutto va sempre bene…”
Bambino “E poi? Che succede?”
Uomo “E poi si fa una lotteria e…”
Bambino “…e chi vince, nasce?”
Uomo “No, chi vince resta… è chi perde che nasce…”
Pressappoco questo è il dialogo - in un vecchio film di Nanni Loi - tra un uomo, troppo stanco, ed un bambino. E’ da oggi che ci penso in continuazione.
Penso anche che - più che una lotteria - la vita sia uno spettacolo. Non uno spettacolo qualsiasi. Piuttosto uno di quelli dove ogni attore, già obbligato a fare l’orso ammaestrato per diletto di uno “spettatore” troppo esigente, sia costretto non solo a pagare un biglietto d’ingresso, ma anche uno d’uscita. Entrambi dal prezzo troppo alto, veramente troppo.
Anche perchè, se lo spettacolo fosse un musical tutto “luci&lustrini” ci si potrebbe stare; il fatto è che - nella maggior parte dei casi - lo spettacolo non è nemmeno paragonabile ad una rappresentazione parrocchiale della domenica. Di quelle tristi, con le scenografie dipinte a tempera ed i costumi fatti di carta crespa e punti di spillatrice.
E col solito “spettatore” sempre seduto lì.
Ma il problema, quello vero, è che la campagna abbonamenti per spettacoli del genere non è mai chiusa.
On air:
“Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi:
la locomotiva ha la strada segnata,
il bufalo può scartare di lato e cadere”
Francesco De Gregori - Bufalo Bill
E’ una visione un po’ pessimista. Purtroppo siamo creature fragili, nonostante dominiamo l’Universo (che poi, lo dominiamo? Mah). Pascal ha scritto: Basta poco per consolarci, perché basta poco per affliggerci.
Sarà anche pessimista ma - purtroppo - è vera. E, come tutti i dati di fatto, è l’unica cosa che veramente conta.
Continuo a non capire quale siano le dinamiche che regolano le entrate e le uscite in questo mondo. Dove si realizza il “giusto” quando una persona - che ha sputato sangue tutta la vita - deve continuare a soffrire anche per morire?
Pascal ha ragione, ma solo nell’ottica del “poco”. Perchè, se ad affligerci è un “tanto”, non c’è un pari che ci consoli.