Parolibero su “Scrittomisto”!
Segnalo a tutti L’incredibile anno del Subbuteo, il racconto con cui Gigi Massi partecipa al Gran Premio “Scrittomisto”.
Riporto qui sotto un pezzo del racconto:
“C’è un momento, prima di ogni partita di pallone, in cui la domanda risuona angosciosa nell’aria, tra il silenzio di tutti. Palla o scarto significa che una volta formate le squadre, uno dei capitani chiede all’altro se vuole avere l’onore del calcio d’inizio, oppure l’onere di avere in squadra la più clamorosa pippa del circondario. Cioè uno talmente scarso e dai piedi quadrati che di solito lo si manda a giocare a pallavolo con le ragazze.
Io per fortuna c’ho i piedi buoni, vado di dribbling e di tacco con una certa fantasia, anche se il mio difetto è che corro poco, mi stanco subito, sono gracilino e poiché gioco centravanti, finisce che dopo mezz’ora mi piazzo davanti alla porta avversaria senza mai rientrare, tra le bestemmie di chi sta dietro, a fronteggiare l’avanzata nemica. Come un ardito in trincea, aspetto il momento buono per colpire, faccio venti metri, uno scarto da faina al difensore e poi la bomba di destro o di sinistro, ché i piedi nel calcio per me pari sono.
Inutile dire che in squadra mi odiano, perché faccio la bella vita là in attacco e non il mazzo a centrocampo o in difesa, però c’è anche da dire che risolvo spesso le situazioni, o perché mi dice culo, o per le papere del portiere: insomma la verità è che mi tollerano perché - di quando in quando - la butto dentro.
Palla o scarto? E’ una questione filosofica, psicologica ed esistenziale. Se sei considerato scarto ti rimane un trauma per tutta la vita, sicuro quant’è vero che Manfredonia si vendeva le partite. A me però, lo “scarto” di turno mi fa una pena grande. Siccome sono fondamentalmente buono, gli do la palla spesso, cerco di creargli opportunità, per gli altri invece non esiste proprio, non gli servono il pallone nemmeno quando, per caso, si trova in posizione favorevolissima per bucare la rete avversaria.
Il risultato è che quello vede in me un faro, un punto di riferimento, un’oasi nel deserto sociale in cui il buon Dio lo ha voluto relegare privandolo delle abilità calcistiche. Vale a dire: vede in me l’unico che se lo caga e mi si attacca come un’attinia, mi viene sempre incontro se ho la palla, hai voglia io a urlare vai sulla fascia, allargati porca troia, quello niente: lui e il pallone sono due cose diverse, calcia la sacra sfera alla viva il parroco, con un sorriso da ebete che ti chiedi se ci fa o ci è. Insomma mi fa pentire subito subito della magnanimità che gli ho usato.
E allora sai che c’è? Vaffanculo a giocare con Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo.”
Il racconto completo in formato pdf lo potete trovare qui.
Leggete gente, leggete… e votate!