'Economia'

L’auto della discordia…

Ne parlavo pochi giorni fa qui e lo ribadisco tuttora: la mia simpatia per i SUV è pari a zero.
Questo non giustifica però la porcata che si ventila in questi giorni in merito alla probabile Finanziaria di imminente approvazione.

Costretto annualmente a studiarne buona parte per lavoro, sono abituato a non dare giudizi affrettati e soprattutto consapevole che qualche “aggiustatina” alla fine la fanno sempre.

Ma, nonostante la buona volontà e la suddetta antipatia, non riesco proprio a comprendere il senso di tale provvedimento.

Salto a piè pari le considerazioni circa la “lista nera” dei modelli rientranti in tale categoria, soffermandomi invece sulla logica che dà luogo a tutto ciò.

Il SUV non è indice di ricchezza - o almeno non è l’unico indice - visto che le Case Automobilistiche ormai puntano sempre più al prestito di vil danaro più che alla mera vendita del prodotto (tant’è che la maggior parte di esse ha Società Finanziarie proprie). E’ indice di “cazzonaggine” ma questo è un altro discorso.

Veniamo quindi al dunque: qual è il fondamento razionale per cui si tassano i proprietari di tali mezzi?
Invidia sociale? Bah…
Punizione esemplare perchè possessori di un veicolo con emissioni inquinanti notevoli? E se ho un Ferrari Modena, che fa 4 km./litro, cosa dovrebbero farmi? Impalarmi?
Occupazione coatta di due posti auto al posto di uno solo? E le station-wagon?
Punire la cazzonaggine di cui sopra? Mi sembra eccessivo…

La logica di questo provvedimento è quella di chinare il capo di fronte ad una richiesta assurda fatta da una parte dell’attuale Governo in carica (di questo passo, non si sa ancora per quanto).
Se si volesse tassare veramente una fetta di automobilisti, si dovrebbero applicare parametri più razionali; parametri che - secondo il mio modestissimo parere - potrebbero coincidere con il rapporto tra impronta a terra, efficienza e emissioni inquinanti. Ovviamente, tutto ciò con le rispettive correzioni visto che circolano ancora auto i cui proprietari non possono permettersi di cambiare.

Questo sarebbe logico, specie se applicato nelle grandi città italiane. Ma non una tassazione “ad veicolum”: si commetterebbe un errore politico enorme. Uno di quei tanti errori rinfacciati per un lustro al precedente Governo.
Ci deve essere - necessariamente - una coerenza in quel che si fa: non si può attaccare un avversario, quando si è in difetto per primi.
Anche perchè, c’è veramente il rischio di fare La Repubblica delle Banane - Atto II
Sull’esenzione dal versamento del bollo per le nuove auto Euro 4 non commento nemmeno, dico solo una cosa: il sottoscritto è proprietario di una Euro 4 dal lontano Dicembre 2002…

Il resto della Finanziaria lo commenterò solo dopo aver studiato il testo dei decreti ed esclusivamente in presenza del mio avvocato…

L’ora che fa statistica…

L’ISTAT pubblica - come ogni trimestre - i dati occupazionali. Il risultato è sicuramente positivo (o almeno sembra): la disoccupazione scende al 7,6% e l’occupazione aumenta di 1,7 punti percentuali.

Merito della Legge Biagi” gridano l’ex Ministro Maroni e - a ruota - Sacconi che inistono nel dire che la Legge 30 non si tocca.

In realtà la Legge Biagi (naturale evoluzione del Pacchetto Treu) andrebbe rivista ed anche molto: non tanto per l’introduzione della c.d. flessibilità quanto per la mancata realizzazione di presupposti fondamentali per la sua corretta applicazione. La flessibilità - dati alla mano - smuove il mercato del lavoro, snellisce dei meccanismi obsoleti (purchè, ovviamente, non intacchi dei diritti acquisiti). Se il lavoro flessibile è quindi diventato presupposto essenziale per il rilancio dell’economia italiana di contro, servono delle norme a tutela degli atipici che non siano circoscritte esclusivamente all’ambito lavorativo. Non basta garantire un compenso adeguato “che tenga conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto e che è proporzionato alla quantità ed alla qualità del lavoro” nè tantomeno presupporre - in mancanza di un progetto concreto - che il rapporto sia de facto a tempo indeterminato, quando poi lo stesso lavoratore non riesce ad accedere ad una linea di credito o quando la copertura contributiva è ridicola a dir poco. L’errore di fondo è stato abbinare due concetti che hanno poco a che spartirsi: flessibilità ed onerosità del costo del lavoro. L’abbinamento forzato dei due fattori ha portato ad una situazione preoccupante: collaborazioni prive da vincoli retributivi e soprattutto gravate da aliquote contributive irrisorie.

La Legge Biagi andrebbe ritoccata su 2 aspetti fondamentali:

  • Permettere alle Aziende di avvalersi di contratti flessibili sostenendo però un costo pari (o almeno simile) a quello dei contratti tipici e diminuendo al contempo il c.d. cuneo fiscale con la previsione di meccanismi di incentivazione alle assunzioni (credito d’imposta, bonus contributivi, ecc.).
  • Affiancare ad essa una serie di norme che presuppongano garanzie sociali standardizzate e che non facciano distinzione tra lavoratori atipici e non.

Riprendo brevemente la notizia dell’ISTAT sulla rilevazione delle forze-lavoro: di primo acchito il dato è buono. O - come scrivevo sopra - sembra buono. Sembra perchè - nonostante le agenzie spesso dimentichino di specificarlo - il dato è al lordo degli effetti stagionali e soprattutto, come evidenziato dalla Tabella delle Serie Storiche, è pari al III e IV trimestre del 2003. Sulla definizione di “occupati” non entro nemmeno nel merito; faccio solo presente che, come si evince dal glossario della Nota Informativa, sono definiti occupati: “…le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura…“.

G8 - E l’acqua?

Era più che prevedibile: i temi fondamentali del G8 saranno le tematiche energetiche ed - in particolare - l’approvvigionamento di petrolio e gas.
E l’acqua? Sicuramente verrà accantonata di nuovo, come avviene ormai da diversi anni. Ormai si parla di acqua “come bene e non come diritto”. Cosa cambia? Se fino ad oggi l’acqua, in quanto diritto, doveva essere fornita anche a condizioni anti-economiche, con la nuova connotazione tutto è ridotto alla mera prestazione di un servizio dietro - ovviamente - il pagamento di un corrispettivo. Si giustifica questa trasformazione con il pretesto di sensibilizzare i consumi (cosa giustissima) ed evitare inutili sprechi; in realtà si camuffa abilmente la gestione da parte di Enti Privati dei servizi idrici essenziali. E, fino a quando questo avviene in zone ad alto tasso di sviluppo economico - dove il consumo giornaliero pro-capite disseterebbe un villaggio africano - il discorso sprechi/consumi è ancora sostenibile. Un pò meno quando a richiedere il “servizio” sono popolazioni assetate da anni.