'Lavoro'

L’ora che fa statistica…

L’ISTAT pubblica - come ogni trimestre - i dati occupazionali. Il risultato è sicuramente positivo (o almeno sembra): la disoccupazione scende al 7,6% e l’occupazione aumenta di 1,7 punti percentuali.

Merito della Legge Biagi” gridano l’ex Ministro Maroni e - a ruota - Sacconi che inistono nel dire che la Legge 30 non si tocca.

In realtà la Legge Biagi (naturale evoluzione del Pacchetto Treu) andrebbe rivista ed anche molto: non tanto per l’introduzione della c.d. flessibilità quanto per la mancata realizzazione di presupposti fondamentali per la sua corretta applicazione. La flessibilità - dati alla mano - smuove il mercato del lavoro, snellisce dei meccanismi obsoleti (purchè, ovviamente, non intacchi dei diritti acquisiti). Se il lavoro flessibile è quindi diventato presupposto essenziale per il rilancio dell’economia italiana di contro, servono delle norme a tutela degli atipici che non siano circoscritte esclusivamente all’ambito lavorativo. Non basta garantire un compenso adeguato “che tenga conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto e che è proporzionato alla quantità ed alla qualità del lavoro” nè tantomeno presupporre - in mancanza di un progetto concreto - che il rapporto sia de facto a tempo indeterminato, quando poi lo stesso lavoratore non riesce ad accedere ad una linea di credito o quando la copertura contributiva è ridicola a dir poco. L’errore di fondo è stato abbinare due concetti che hanno poco a che spartirsi: flessibilità ed onerosità del costo del lavoro. L’abbinamento forzato dei due fattori ha portato ad una situazione preoccupante: collaborazioni prive da vincoli retributivi e soprattutto gravate da aliquote contributive irrisorie.

La Legge Biagi andrebbe ritoccata su 2 aspetti fondamentali:

  • Permettere alle Aziende di avvalersi di contratti flessibili sostenendo però un costo pari (o almeno simile) a quello dei contratti tipici e diminuendo al contempo il c.d. cuneo fiscale con la previsione di meccanismi di incentivazione alle assunzioni (credito d’imposta, bonus contributivi, ecc.).
  • Affiancare ad essa una serie di norme che presuppongano garanzie sociali standardizzate e che non facciano distinzione tra lavoratori atipici e non.

Riprendo brevemente la notizia dell’ISTAT sulla rilevazione delle forze-lavoro: di primo acchito il dato è buono. O - come scrivevo sopra - sembra buono. Sembra perchè - nonostante le agenzie spesso dimentichino di specificarlo - il dato è al lordo degli effetti stagionali e soprattutto, come evidenziato dalla Tabella delle Serie Storiche, è pari al III e IV trimestre del 2003. Sulla definizione di “occupati” non entro nemmeno nel merito; faccio solo presente che, come si evince dal glossario della Nota Informativa, sono definiti occupati: “…le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura…“.