'Parole'

[Guest]

Guest. Ospite.
Questo c’è scritto sul mio badge, quello che Miciastra mi ha regalato anche quest’anno. Con questo passo ovunque, o quasi.

E’ stanca, stressata, ipertesa la Micia. In guerra ogni momento, passa dall’inglese al francese allo spagnolo nel giro di cinque minuti, senza contare email, cellulare, radiolina. Il tutto senza sosta dalle 8.00 alle 24.00 se le dice bene. Ogni tanto le porto qualcosa: pizzette, tartine e prosecco, sigarette, fanta, whiskey. Ho fatto anche due incursioni mattutine lasciandole dei pasticcini che mi ha regalato un cliente. Arrivo la sera, la saluto al volo, le lascio la “merce” e vado a vedere gli incontri, per non starle troppo tra i piedi. A volte mi dice di rimanere lì con lei, io mi sento di troppo, lei dice che è come una sorta di amuleto. E allora resto un po’ lì a guardarla combattere con le persone e le situazioni più disparate. Io - al suo posto - le mani addosso a qualcuno le avrei messe già da un po’. Da un bel po’.

Quest’anno conosco un po’ di gente che lavora con lei: ceno in tenda con loro, bevo con loro, mi danno un pass per il parcheggio, mi fanno sentire uno di loro. Mi hanno portato nel TV Compound, nella Press Area, nelle zone dove un guest - e tanto più un comune spettatore - non si potrebbe neanche avvicinare. Il giro più bello me lo ha fatto comunque fare Miciastra, ma non quest’anno: l’anno scorso, quando la struttura non era ancora in restauro.

Sono riuscito a vedere poche partite importanti. In compenso ho assistito al viavai dei giocatori: Federer, Nadal, la Sharapova, le Williams e via dicendo. Nulla di che: la vera emozione è stato esser chiamato da Miciastra per sistemare il cellulare di Pietrangeli, Nicola Pietrangeli. E’ stato come trovarsi accanto a Pelè, a Senna. Credo non ci sia altro da aggiungere.

Al ritorno dagli incontri, la scena è sempre la stessa: gli uffici ormai vuoti, Miciastra che finisce di preparare il lavoro per il giorno dopo, due sigarette affacciato sui campi, il conteggio dell’orario di lavoro per l’ufficio del personale e poi a casa. La seguo in macchina, aspetto che parcheggi, la accompagno al portone. Si sfoga un po’, mi racconta gli scazzi, abbozza un sorriso. Faccio un po’ il giullare ma è troppo stanca. Le dò la buonanotte e vado a casa anch’io.

Ora il badge è poggiato qui sul tavolo, lo guardo e so quanta fatica c’è dietro.

Chiedimi se sono felice

E tu? Cosa è che ti turba? Che cerchi per essere felice?

Penso da un po’ a questa domanda fatta da un amico, durante una cena. Cosa mi turba? Bella domanda… Fondamentalmente tutto. O meglio: molte cose non mi entusiasmano più come una volta. Posso averle o non averle e non mi cambia nulla. Non mi interessano più, possono esserci o non esserci tanto è uguale. Forse è un passaggio che prima o poi fanno tutti, non saprei. So che guardo queste cose con distacco. Penso che si arrivi ad un punto dove siano le piccole cose a cambiare la vita, a farti sorridere. A darti un po’ di quella serenità che giorno dopo giorno il “quotidiano” cerca di toglierti sistematicamente. Macchine, vestiti, ambienti glamour, orologi… tutto bello ma possono anche andare a fanculo. Solo un po’ di serenità, ecco quello che cerco.

Acqua

Poi ti ritrovi tutto il pomeriggio a casa ad attendere l’idraulico che non arriva mai e non sai che fare. Leggi un po’, giri qualche canale del satellite chè quelli normali non trasmettono nulla, sistemi qualcosa. Vorresti fare tante cose e contermporaneamente non hai voglia di far nulla. Stranamente anche il telefono è muto. Poi ti torna in mente un assolo di sax di un vecchio brano di Venditti. Lo cerchi e lo ascolti tre quattro volte di fila. Pensi che sono passati sedici anni, che in quel periodo avevano appena aperto un centro commerciale dove due anni dopo saresti stato piantato in asso, che da lì a poco avresti compiuto diciotto anni. Lo ascolti un’altra volta e pensi che stasera farai una doccia bollente perchè avrai di nuovo l’acqua calda, che l’acqua ti addormenterà la spalla e scioglierà i muscoli, che appena uscito dalla doccia fumerai un sigaretta come non fai da due settimane. Pensi che quella doccia porterà via questo pomeriggio…

‘zzo…

Aò…

Questi l’hanno votato veramente Antonio…

‘zzo…

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Venerdì

Piove e Roma si muove lentamente.
Il traffico rallenta tutti i miei ritmi, gioco con la rotellina dell’iPod, cerco una canzone in particolare. E’ venerdì ma con la testa sto ad un altro venerdì, un venerdì dei primi di giugno dello scorso anno.
Da lì a pochi giorni, sarebbe cambiato qualcosa.

- “Che fai?
- “Vado al mare. Vieni? Dai, dai… vieni con me?
- “Non posso. Devo lavorare…
- “

Poi invece lascio tutto e parto. Faccio l’Aurelia quasi volando, passo accanto al ponte di legno ed arrivo.

- “Allora? Te lo godi un po’ di sole?
- “Si…
- “Sei molto carina sul lettino…
- “Ah si? E tu che ne sai?
- “Girati verso il bar...”
- “Ma… ma… sei qui???
- “Essì…

Di quel venerdì ricordo un sorriso, la sabbia nelle scarpe, l’odore della crema solare, l’aria calda nel casco.
Bel venerdì…

Acciaio

Sono stanco. Di sentire cazzate principalmente. Di essere tacciato di determinati comportamenti e poi subirli al contrario. Dei soldi che rincorro sempre. Dei tempi stretti che ho. Dell’astio gratuito. Del dover chiedere “Scusa” e non sentirmelo mai dire. Del saper chiedere “Scusa” perchè penso a quello che mi si dice. Della routine quotidiana. Di queste facce da cazzo sui manifesti elettorali che tappezzano Roma. Delle bollette che non faccio in tempo a pagare. Di giustificazioni inutili, non richieste, superflue. Della fisioterapia. Di essere protettivo quando di protezione ne ho bisogno anche io. Della programmazione di Sky Cinema che ho deciso di disdire. Dello stare sempre da solo. Del fatto che si ricordano tutti di te per queste elezioni. Di essere comprensivo quando la comprensione invece dovrebbe essere bidirezionale. Del bar dove prendo il caffè perchè ha cambiato gestione ed il barista mi sta sul cazzo che, quasi quasi, mi faccio portare la macchinetta del caffè in studio dalla Lavazza. Di mandare sms e non avere risposta, visto che - tra l’altro - li pago e non me li regalano. Dell’egoismo. Di ricevere telefonate inutili e con un tono che lascia senza parole. Di guardarmi allo specchio e vedermi questa cazzo cicatrice. Di non riuscire a leggere quanto vorrei. Di dover ogni giorno preoccuparmi della cena che mangerò: dove, quando e con chi. Di prendere quello che mi viene detto come qualcosa su cui riflettere e non come semplice accusa. Del sentirmi dire che non si trova un minuto - di numero - per scrivere un sms ed incazzarsi quando lo fai notare perchè è inverosimile una cosa del genere. Del calcio e della F1 che mi fanno due palle così. Dell’orgoglio. Del dimenticarmi sempre di fare il bucato. Di non riuscire a smettere di fumare. Del freddo che prendo la mattina. Del non potermi comprare un iPhone. Del farmi carico dei problemi della mia famiglia solo perchè primogenito. Sono stanco di dare l’impressione che non ho bisogno di attenzioni anche io. Ne ho bisogno eccome, più di quanto sembri.
Non sono d’acciaio.

Piazza Eurosia

Non faccio in tempo ad uscire dalla clinica che accendo una sigaretta. Guardo mia mamma, gliela passo e ne accendo un’altra per me.
Facciamo due passi?
Facciamo due passi…

Piazza Eurosia è cambiata ma il bar è sempre lo stesso. Sono passati vent’anni. Prendiamo un caffè, il gestore mi guarda.
Ma tu nun sei…” - non fa in tempo a finire la frase - “Si, si… sono io… Come stai Pi’?

Ci raccontiamo un po’ di cose, poi mi dice “Gabriele sta lì, passa a salutallo, no?

Passiamo davanti alla Chiesoletta, il portoncino è chiuso.
Poco più avanti c’è lui, seduto al sole sulla gradinata della chiesa, quella grande. Gabriele - “il Faciolo”- custode della Chiesoletta e bidello della scuola.

Anvedì chi c’è… Andrè… ammazza quanto tempo è passato…
Ciao Faciò…
Ao’ ma come stai?” e mi stringe in un abbraccio, un vero abbraccio.
Bene… e tu?
Ma ‘o sai che so’ stato pe’ morì? M’è venuta ’st’estate ‘na cosa ar colon… Me so’ sarvato pe’ miracolo… ma c’ho sempre settantacinqu’anni…
Ed ora? Tutto bene?
Tutto bbbene… e te che fai invece? ‘ndò vivi mo’?

Parliamo un po’, mi dice che i ragazzi che vanno alla Chiesoletta son sempre meno.

Sò tutti rincojoniti da ’ste machinette - simula i videogiochi - mica so’ come voi che bisognava sparavve pe’ fermavve… m’avete fatto coore più voi… però era mejo, ve divertivate de pppiù
Ma le vendi ancora le merende alla ricreazione?
E sinnò chi ‘e venne?
Quante ce ne regalavi…
Eh t’o'ho detto: voi eravate ‘n’antra cosa… Eravate tutti fiji mii… questi no…

Parla Gabriele, racconta di come cambiano le cose, di come invecchia. Racconta di chi non c’è più, perchè le strade si dividono e quando si è piccoli è facile prendere quella senza uscita. Parla del Prete, l’unico vero Prete che io conosca. Parla ed ha i “lucciconi” agli occhi.

Giuro che ripasso a trovarti presto. E con una bottiglia di vino. Nemmeno mi ricordo quando ti ho portato l’ultima… mi sa che ero troppo piccolo anche per bere…
Tanto io sto qua, come sempre…

E allora ripensi alle ginocchia sbucciate, al sapore di terra che ti sentivi in bocca dopo quattro ore di pallone. Ripensi alle partite a ping pong e biliardino, ai gavettoni, ai tappini di carta sulle candele dei motorini per non farli partire, alle cazzate per la ragazzina di turno che ti piaceva, al pugno che prendevi ed al pugno che davi.

Ripasso davanti alla Chiesoletta. Il portoncino è sempre chiuso.
Peccato.

La Chiesoletta

Funky

Non so perchè, ma mi aspetto sempre grandi cose dal primo giorno di ora legale.
Come se quell’ora in più riuscisse a darmi quel tempo che sembra sempre mancarmi, di cui sono sempre a debito.
Forse perchè mi viene in mente quando tornavo a casa senza fretta, quasi a passeggio, costeggiando il Circo Massimo. A volte fermavo la moto, mi accendevo una sigaretta e fissavo le rovine in lontananza. Mi bastavano cinque minuti, il tempo per il sole di farsi arancione e lasciare il posto ai toni del blu.
O forse perchè l’ora legale segna l’avvicinarsi del mio compleanno. E’ un giorno come tanti. Eppure non ne passa uno senza quel senso di malinconia addosso che mi accompagna regolarmente di anno in anno. Ho come l’impressione che il tempo mi sfugga di mano, che non riesca a stargli dietro. Non so mai se è lui ad essere troppo veloce o io troppo lento. E allora, in giornate come queste, cerco di viverlo tutto quel tempo, di scandirlo con momenti intensi.
E con buona musica. Funky possibilmente.

Per il momento, ho provveduto.
Per la musica è da oggi che ascolto questo brano…

On air:
Io sono un uomo
quello creato maschio e femmina
ma che non sempre si riconosce in queste categorie
quello indagato dalle varie psicologie
che pende dalle labbra di filosofi,
scienziati, politici e preti
che ama la libertà ma si appassiona ai divieti
io sono un uomo
non so se hai presente un uomo

Jovanotti - Un uomo

26/03/2008

Questo mercoledì-ventisei-marzo-duemilaotto mi ha insegnato che le persone vanno educate.

Poche parole

Alle volte non sai cosa dire. Eppure riesci a scrivere due cazzate e ti riesce anche bene. Rubi un sorriso a chi passa e ti godi la tua dose di autoreferenzialità.
Altre volte scrivi e basta. Forse perchè hai bisogno di mettere nero su bianco quello che ti passa per la testa o per il cuore. E te ne freghi di quelli che leggeranno perchè tu le senti e basta.
Altre ancora metti un brano, una foto, un video. Affinchè parlino per te. O - magari - per non lasciare buchi sul calendario del blog.

Poi ci sono le volte come questa, in cui vorresti scrivere tante cose ma non sai davvero da dove iniziare. Non sai se è giusto scriverle o sei puoi scriverle. Non saresti nemmeno capace di renderle per quelle che sono veramente.

E allora dici soltanto che è stato un buon weekend.
Di quelli che rimangono e che non ti toglie nessuno.

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