Non faccio in tempo ad uscire dalla clinica che accendo una sigaretta. Guardo mia mamma, gliela passo e ne accendo un’altra per me.
“Facciamo due passi?”
“Facciamo due passi…”
Piazza Eurosia è cambiata ma il bar è sempre lo stesso. Sono passati vent’anni. Prendiamo un caffè, il gestore mi guarda.
“Ma tu nun sei…” - non fa in tempo a finire la frase - “Si, si… sono io… Come stai Pi’?”
Ci raccontiamo un po’ di cose, poi mi dice “Gabriele sta lì, passa a salutallo, no?”
Passiamo davanti alla Chiesoletta, il portoncino è chiuso.
Poco più avanti c’è lui, seduto al sole sulla gradinata della chiesa, quella grande. Gabriele - “il Faciolo”- custode della Chiesoletta e bidello della scuola.
“Anvedì chi c’è… Andrè… ammazza quanto tempo è passato…”
“Ciao Faciò…”
“Ao’ ma come stai?” e mi stringe in un abbraccio, un vero abbraccio.
“Bene… e tu?”
“Ma ‘o sai che so’ stato pe’ morì? M’è venuta ’st’estate ‘na cosa ar colon… Me so’ sarvato pe’ miracolo… ma c’ho sempre settantacinqu’anni…”
“Ed ora? Tutto bene?”
“Tutto bbbene… e te che fai invece? ‘ndò vivi mo’?”
Parliamo un po’, mi dice che i ragazzi che vanno alla Chiesoletta son sempre meno.
“Sò tutti rincojoniti da ’ste machinette - simula i videogiochi - mica so’ come voi che bisognava sparavve pe’ fermavve… m’avete fatto coore più voi… però era mejo, ve divertivate de pppiù”
“Ma le vendi ancora le merende alla ricreazione?”
“E sinnò chi ‘e venne?”
“Quante ce ne regalavi…”
“Eh t’o'ho detto: voi eravate ‘n’antra cosa… Eravate tutti fiji mii… questi no…”
Parla Gabriele, racconta di come cambiano le cose, di come invecchia. Racconta di chi non c’è più, perchè le strade si dividono e quando si è piccoli è facile prendere quella senza uscita. Parla del Prete, l’unico vero Prete che io conosca. Parla ed ha i “lucciconi” agli occhi.
“Giuro che ripasso a trovarti presto. E con una bottiglia di vino. Nemmeno mi ricordo quando ti ho portato l’ultima… mi sa che ero troppo piccolo anche per bere…”
“Tanto io sto qua, come sempre…”
E allora ripensi alle ginocchia sbucciate, al sapore di terra che ti sentivi in bocca dopo quattro ore di pallone. Ripensi alle partite a ping pong e biliardino, ai gavettoni, ai tappini di carta sulle candele dei motorini per non farli partire, alle cazzate per la ragazzina di turno che ti piaceva, al pugno che prendevi ed al pugno che davi.
Ripasso davanti alla Chiesoletta. Il portoncino è sempre chiuso.
Peccato.
