'Parole'

No, non mi riferisco all’album di Marcus Miller, ma a due meme: il primo proviene da DYO anzi – citandola – dalla sua perfidia; il secondo da ANNA, perchè accantono ma non dimentico…

RIMARIO

SAFFO – Frammento #52
Tramontata è la luna,
tramontate le Pleiadi.
È a mezzo la notte;
trascorre il tempo;
io dormo sola.

Credo ci sia poco da aggiungere: questo è puro amore, di quelli densi come il miele…

***

W. B. YEATS – He wishes for the cloths of heaven
“Had I the heaven’s embroidered cloths,
Enwrought with golden and silver light,
The blue and the dim and the dark cloths
Of night and light and the half light,
I would spread the cloths under your feet:
But I, being poor, have only my dreams;
I have spread my dreams under your feet;
Tread softly because you tread on my dreams.”

***

JACQUES PREVERT – Paris la nuit
“Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier
La seconde pour voir tes yeux
La dernière pour voir ta bouche
Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans me bras.”

Su questa ho lasciato un pezzo di cuore… molto più che un pezzo…

***

DANTE ALIGHIERI – Inferno XVIII
“Luogo è in Inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.”

Questa invece mi ricorda un POST divertente che scrissi un po’ di tempo fa…

***

HO CHI MINH
“Pur con le gambe
e i polsi
strettamente legati
ovunque
sento uccelli
e il profumo dei fiori.”

E questa me la fece leggere mio papà quando ero adolescente. Non smetterò mai di crederci, in queste parole…

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I LIKE…

  • Mi piace il whisky, qualunque tipo, meglio se torbato (col LAGAVULIN ululo…). Lo preferisco di gran lunga a qualunque altro liquore o cocktail. Quattro dita e due cubetti di ghiaccio. Non serve altro.
  • Mi piace l’alta velocità, con qualunque mezzo. Mi ha sempre attirato sin da quando ero piccolo, anche se oggi faccio finta che non ci sia. Un po’ perchè non posso più permettermela, un po’ perchè – finita la botta adrenalinica – mi sento un po’ cretino…
  • Volete far contento IM? Invitatelo a cena e preparategli del riso: dal plain rice al risotto lo ingurgiterà tutto fino all’ultimo chicco.
  • Mi piace – o meglio mi diverte – fare regali piuttosto che riceverli. Non so, è sempre stato così… forse perchè mi diverto ad immaginare l’emozione di chi lo riceve…
  • Mi piacciono le strette di mano, la parola ed il senso di giustizia. Ancora adesso ci sbatto le corna ma non posso farci nulla: sarò un romantico, sarò un eterno sognatore, fatto sta che si mi si dice una cosa, io mi aspetto che accada…

Ed ora – visto che siete ragazzetti svegli – le regole non c’è bisogno che ve le spieghi…
E – sempre perchè siete ragazzetti svegli – lascio a voi la voglia o non voglia di giocare…

Ah, dimenticavo: se vi capita, ascoltatelo chè ne vale la pena…

Prese di coscienza

L’altra sera – con Miciastra – abbiamo fatto una passeggiata a “CIAO, BELLA“, la Festa dell’Unità del PD.

Ora ho capito perchè abbiamo perso le elezioni.

Guess who’s comin’ to dinner?

Che poi tu smazzi una settimana intera ed al venerdì ti dici: “Fanculo tutto, oggi pomeriggio tuffo in piscina ed iPod a gogo”.
Manco per il cazzo perchè ti viene in mente di fare una telefonata e dire “Che fai stasera? Ceniamo insieme?“. Non solo la risposta è “Si” ma mette anche un aut-aut: “SOLO SE MI FAI LO SPEZZATINO CON LE CIPOLLE“.
Ma porcaputtana, te l’ho data diciotto volte la ricetta dello spezzatino: te l’ho dettata al telefono, te l’ho scritta, te l’ho ripetuta a voce non so quante volte. Ma è mai possibile che questo benedetto spezzatino lo sappia fare solo io?
Come? Scusa, puoi ripetere? Ah… “Come lo faccio io non lo fa nessuno
Mmm… questo è come quando – ad una tavolata di dieci persone – tu prendi la bottiglia in mano per versarti da bere: tranquillo che bevono tutti tranne che te che rimani con la bottiglia vuota in mano.
Ok, mi dico: spezzatino adda esse e spezzatino sia.
Supermercato, banco macelleria, vorrei-della-vitella-sette/otto-etti-per-favore, no-quella-no-che-è-troppo-grassa, meglio-quel-taglio-lì, grazie-e-arrivederci. Busta di cipolle da un chilo, bianche perchè rosse non rendono, il resto c’ho tutto. Ah no, ecco che prendo, prendo le fragoline di bosco e la panna da montare, che altro manca?, niente mi sembra, carina la commessa del pane, andiamo a casa che sennò non faccio in tempo.
Se tu tornassi a casa, apparecchiassi il tutto sul tuo bancone da cucina e spignattassi in santa pace, sarebbe anche semplice. Qui non funziona così: Godzillina appena vede le buste della spesa inizia la mutazione: orecchie aerodinamiche, dentini di fuori, in agguato sul congelatore pronta ad afferrare la preda.
Bando alle ciance: manca veramente poco. Prendo il coltello preferito, lo affilo a dovere, tagliere ed inzia l’operazione “Caccia al grasso”. Quello che rimane tutto nel tegame. Ora tocca alle cipolle: tre quarti a fettine ed un quarto frullato [E non dire che avevo omesso questo passaggio...]. Una manciata di grani di pepe nero, olio, sale, giro tutto e metto sul fuoco. Vivo. Ri-go-ro-sa-men-te co-per-to. Almeno per i primi venti minuti, girando ogni tanto. Poi si toglie il coperchio, si aggiunge un terzo di dado, un bel po’ di peperoncino in polvere, un cucchiaino di paprika dolce. Ed il vino: bianco ed a volontà, per un’altra mezz’ora, facendolo evaporare. Occhio che lo spezzatino è bastardo: un attimo prima è là che mollemente ti guarda dal tegame e subito dopo s’è fuso col fondo, col risultato che o hai pane e prosciutto o esci a mangiar fuori. Poi che manca? Ah, si: cinque (ho detto cinque) semi di cumino e topping di aceto balsamico. Altri 10 minuti a fuoco basso, un cucchiaio di farina (al setaccio, ma che devo dirti proprio tutto) e spegni.
Hai fatto lo spezzatino.
Che hai fatto anche la sauna perchè non puoi accendere il climatizzatore mentre cucini altrimenti scatta la luce, è un dettaglio.
Ok, manca mezzora: via con l’aperitivo. Arancia tagliata, tartine fatte.
Il vino è in fresco, il Martini pure, le patatine le faccio dopo al microonde che sono più leggere.
La panna! Devo montare la panna e lavare le fragoline, ‘zzo me ne stavo dimenticando. Cerchi di addomesticare la frusta elettrica ma è una battaglia persa: per due metri quadri in linea d’area sembra effetto neve del Presepe. Ai santi c’ho pensato io…
Apparecchiato ho apparecchiato, che manca? Magari una doccia, va…
Accendo un po’ di candele, accendo il climatizzatore (in culo alle piastre elettriche e a quando me le hanno montate), metto la musica: è tutto pronto.

Ed eccola che citofona.
Sorride fino alla porta, entra, butta un’occhiata intorno, guarda il bancone illuminato dalle candele tipo pista d’atterraggio e fa: “Cazzo”.
Sorrido… perchè la vedo sorridere.
Grazie…
Shhh… prendiamo l’aperitivo, dai…
Continua a sorridere e sorrido anche io…

Non sa che la prossima volta la porto a mangiar sushi…

Piazza dei Quiriti

- Che prendi?
- Io una caipirinha
- Due, va…

[...]

- Non ti sopporto quando fai così… umpf…
- Mi preferisci quando faccio lo stronzo? [Sorrido]
- Si… Quando ti incarti mi fai incazzare…
- E tu quando fai i capricci…
- Io non faccio i capricci…

[Sorrido di nuovo, l'aria collosa non dà tregua ma sto bene lo stesso. Stiamo bene lo stesso.]

- Non è un granchè questa caipirinha, troppo zucchero. No?
- A me piace…

[Gioco con le cannucce. Chissà perchè mettono sempre due cannucce nere nella caipirinha...]

- Comunque non faccio i capricci io.
- … … … Tu dici che non c’è troppo zucchero, eh?

[Mangio uno spicchio di lime aspettando la sua smorfia, tanto lo so che arriva]

- Nooo dai… così sei cattivo…
- Ti ricordi quella sera che siamo venuti in moto? Chi abbiamo incontrato?
- S, R e L
- Ma L? Che fine ha fatto?
- E’ innamorata cotta…

[Bevo un sorso ed accendo due sigarette]

- Grazie… Senti stanno chiudendo, ci mettiamo su una panchina? Anzi: su LA PANCHINA. Quella…
- Si, muoviamoci…

[Piazza dei Quiriti è deserta, giusto un paio di micromacchine]

- Certo che l’anno scorso non stavo così…
- Zitto. Stai zitto… [Stavolta sorride lei]
- Ecco… [Le guardo gli occhi, non riesco a staccarmi]

[Continuiamo a parlare un po']

- Ho sonno, ninna… Mi porti a casa?
- Vieni dai…

[Le prendo la mano mentre andiamo alla macchina. Vorrei solo fermare il tempo in questo momento]

Quando ieri notte sono rientrato, pensavo che a volte basta veramente poco per stare bene col cuore, per rendere una serata magica. Un pacchetto di sigarette e due caipirinha, nient’altro. Anche se nella caipirinha c’è troppo zucchero.

Deep Blue

Deep Blue

Perchè – invece di stare qui con un Bacardi Orange in una mano e l’iPod nell’altra – sto chiuso in studio a fare la sauna?

Perchè, cazzo?

On air:
Hey mister, have you got a dime?
Mister, do you want to spend some time, oh yeah
I got what you want
You got what I need
Ill be your baby
Come and spend it on me

Donna Summer – Bad Girls

Gran Turismo

Rientro ora dopo una giornata passata in macchina.
Partito alle 11, direzione Perugia. Anzi Bastia Umbra.
Mi fermo al primo autogrill dell’A1 per un caffè. Questo è l’autogrill dove mi fermai l’ultima volta che sono stato a Parigi. Mi manca Parigi, mi manca il Quartiere Latino. Se avessi un po’ di tempo e qualche soldo in più ci andrei. Anche un paio di giorni soltanto, anche da solo. Giusto per respirare un’aria diversa, per sedermi ad un caffè ed oziare nel vero senso della parola. Sono passati quattro anni dall’ultima volta, sembra un’eternità.
Sull’A1 c’è poco traffico, si cammina bene, entro i limiti ma si cammina bene. Sono i pensieri che vanno troppo veloci. Sarà l’appuntamento che mi aspetta, forse.
Guido e non dò tregua alla rotellina dell’iPod, un brano dopo l’altro. Poi il dito si ferma su “The sun don’t lie” di Marcus Miller, alzo il volume al massimo. Il bivio per Amelia mi passa accanto: c’ho passato Ferragosto 2006 ad Amelia, ero andato in moto a trovare degli amici. Sono arrivato il 14 pomeriggio e scappato il 16 mattina. Mi mancava l’aria. A dire il vero l’aria m’è mancata per quasi tutta l’estate del 2006. Per la precisione fino al 20 agosto. Guido quasi ipnotizzato dalla musica, percepisco la strada come spazio ma non come luogo. Ho cercato in giro qualche compagno di viaggio ma, chi per un motivo chi per un altro, nessuno era disponibile. Solo un paio di telefonate mi riportano alla realtà.
Quando passo Perugia mi torna in mente un bacio ricevuto a vent’anni sotto il bacio – quello di cioccolata – gigante della Perugina. Sorrido.
Alle 13 sono lì, Bastia Umbra: il deserto – a paragone – sembra Porta Portese. Sono arrivato presto, cerco un ristorante ma di ristoranti nemmeno l’ombra.
Cazzo, sono in Umbria e non c’è un ristorante aperto nemmeno a pagarlo oro“.
Così mi ritrovo a mangiare in una tavola calda, in un posto del cazzo, per fare un lavoro del cazzo, per gente del cazzo.
Buon pranzo“.
L’appuntamento va come previsto, un paio d’ore scarse e tutto è finito. Quattro mesi e passa di lavoro per due ore scarse, per pochi spiccioli e soprattutto per gente di merda. Ma anche questo fa parte del mio lavoro.
Prendo un caffè, rimetto in moto e via: tutto al contrario. Penso ai rapporti interpersonali, a come è difficile gestirli. A come due persone, due esseri viventi andati sempre d’amore e d’accordo ora si scannino per una manciata di soldi. E tu lì in mezzo, a mani nude, a parare i colpi da tutte e due i lati. Dell’appuntamento mi ricordo una frase che non so neanche come mi sia uscita: “Signora, io già fatico a gestire i miei di rapporti interpersonali, figuriamoci quelli degli altri“. A metà tragitto lascio gli occhi su un crinale: c’è un casolare, di quelli vecchi, quasi un rudere. Ecco, mi piacerebbe essere il proprietario di quel casolare. Mi piacerebbe andarci quando possibile, camminare a piedi scalzi sull’erba ed alla sera innaffiare il prato. Forse è un retaggio della vecchia casa con giardino che avevano i miei e dove io sono cresciuto.
E’ un periodo strano questo, penso. Forse non sarei in grado nemmeno di spiegarlo. E’ come se fossi perennemente insoddisfatto. Anzi, peggio: è come se nulla mi emozionasse. Proprio nulla no, ma la maggior parte delle cose si. “E’ un periodo, capita, passerà“. Questa la formula di rito che ognuno di noi si ripete in questi momenti ed io non sono da meno. Penso che scrivo poco in questo periodo, in compenso leggo molto, libri soprattutto. Penso che vorrei scrivere di più, scrivere quello che mi passa per la testa ma non sempre ci riesco.
Forse oggi ci sono riuscito, scrivendo tutto questo.

[Come polvere di strade anfose]

Sono tre giorni che fischietto questa canzone. Mi è tornata in mente così, senza motivo. Cosa significhi non lo so. Mi piace e basta, nonostante il sapore amarognolo di queste parole.
Tutto qui.

Come mosche della scorsa estate
che d’inverno sono ancora qui
e rivangano immondizie andate
scontente della vita ma immuni al DDT

Come pulci dello stesso cane
evacuate da un potente spray
che si scambiano parole amare
sui cani in generale in rapporto ai propri guai…

Come ombrelli persi alla stazione
che si struggono di nostalgia
derubati di utopie piovose
di notti tempestose passate in birreria…

Come polvere di strade anfose
e uno specchio che non ride mai
e un baule pieno di persone
di lettere d’amore perdute nel viavai…

Effetti personali, non metterci le mani,
potresti forse avere, delle strane sorprese.
Effetti personali, ci tarpano le ali
Tu lasciali dormire, hanno poco da dire…

Come errori dello stesso uomo,
come membri dello stesso club,
come angeli del sottosuolo,
oggetti senza nome che chiedono di te…

Mi consigli un buon veterinario,
che il pediatra non mi accetta più,
ti regalo il mio vocabolario
ma adesso che ci penso ne ho fatto un barbecue…

Effetti personali, non metterci le mani,
potresti forse avere, delle strane sorprese.
Effetti personali, parliamone domani
saremo più sereni
con gli stessi problemi…

Sergio Caputo – Effetti personali

Insomnia

Guardi il laser della sveglia proiettare l’ora sul soffitto: 3:02 am. Niente da fare, stasera di dormire non se ne parla. Hai sbadigliato tutto il giorno ed ora sei lì che ti rigiri nel letto aspettando quel senso di torpore che sembra non arrivare mai. E quando arriva, subito viene scacciato dai pensieri che si srotolano nella tua testa come quei calendari di simil-bambù – quelli kitsch – che ti regala il ristorante cinese di turno. Eppure – pensi – le hai provate tutte. La TV, tanto per iniziare; ma l’unica cosa che ricordi è che – dopo venti minuti nemmeno – i riflessi di un programma anonimo su un canale anonimo ti hanno riportato nel mondo reale. Allora sei passato al libro che stai leggendo: un libro tutto sommato piacevole ma niente a che vedere con quello che hai letto fino all’altro ieri. Così ne leggi cinquanta, sessanta pagine ed aspetti che il sonno arrivi. Ti sforzi di leggere fino a che inizi a mescolare quello che stai leggendo con quello che forse stai già sognando, chiudi di corsa il libro, allunghi il braccio per spegnere la luce e pensi che stavolta è andata. Neanche per il cazzo: tempo pochi minuti e ti ritrovi nuovamente a fissare la luce rossa sul soffitto. Fa niente, ti rimane un po’ di musica a farti da ninna-nanna. E così ti infili le cuffiette che hai sempre a portata di mano, giochi un po’ con la rotellina dell’iPod e lasci partire quello che credi essere un buon disco. Lo ascolti un po’, all’inizio sembra fare effetto perchè riesci ad isolarti da tutto quello che ti circonda. Poi apri gli occhi e la luce rossa è sempre lì ed è allora stramaledici il giorno che hai deciso di mettere quella sveglia. A questo punto realizzi una concetto fondamentale: non è quello che fai, ma è come stai che ti toglie il sonno, realizzi che l’essere umano sdraiato è più vulnerabile dell’essere umano in piedi. E quindi ti alzi. E ti accendi una sigaretta, perchè è il primo gesto istintivo che ti viene da compiere. Ed anche perchè sei in debito di nicotina. Una volta alzato inizi a scartabellare – come fosse un enorme schedario – tutto quello che potresti fare, non tanto per aiutarti a dormire, quanto per far passare il tempo. Pensi che potresti fare una doccia bollente ed un caffè nero, pensi che – se non abitassi in una zona residenziale – potresti uscire e fare due passi, pensi anche al sesso o ai suoi surrogati. Pensi a chi adesso sta dormendo già da ore, a chi – ovunque si trovi – si poggia e chiude gli occhi. E pensando a loro provi un po’ di invidia perchè tu, che già non hai mai avuto il sonno facile, adesso sei sveglio, con i sensi dilatati ed i riflessi a mille che potresti fare una corsa. Decidi anche di versarti due dita di Lagavulin sperando che faccia effetto, ma – e lo sai benissimo – è solo un pretesto per avere un buon sapore in bocca. Tra poco partirà il sistema di irrigazione automatico del giardino e tu sarai lì ad ascoltarlo, pensando a come organizzare la tua giornata di domani. Così accendi il pc e provi a scrivere tutto questo. Forse il sonno non arriva ma almeno hai occupato tempo.
L’unica cosa che ti consola è che sai di avere le sigarette fino a domani.

Accezioni

TESTA DI CAZZO: Essere umano in grado di far saltare la luce ad un intero condominio, bloccando il programma con cui il sottoscritto deve presentare, entro 5 giorni, duecento-e-passa dichiarazioni.

[Guest]

Guest. Ospite.
Questo c’è scritto sul mio badge, quello che Miciastra mi ha regalato anche quest’anno. Con questo passo ovunque, o quasi.

E’ stanca, stressata, ipertesa la Micia. In guerra ogni momento, passa dall’inglese al francese allo spagnolo nel giro di cinque minuti, senza contare email, cellulare, radiolina. Il tutto senza sosta dalle 8.00 alle 24.00 se le dice bene. Ogni tanto le porto qualcosa: pizzette, tartine e prosecco, sigarette, fanta, whiskey. Ho fatto anche due incursioni mattutine lasciandole dei pasticcini che mi ha regalato un cliente. Arrivo la sera, la saluto al volo, le lascio la “merce” e vado a vedere gli incontri, per non starle troppo tra i piedi. A volte mi dice di rimanere lì con lei, io mi sento di troppo, lei dice che è come una sorta di amuleto. E allora resto un po’ lì a guardarla combattere con le persone e le situazioni più disparate. Io – al suo posto – le mani addosso a qualcuno le avrei messe già da un po’. Da un bel po’.

Quest’anno conosco un po’ di gente che lavora con lei: ceno in tenda con loro, bevo con loro, mi danno un pass per il parcheggio, mi fanno sentire uno di loro. Mi hanno portato nel TV Compound, nella Press Area, nelle zone dove un guest – e tanto più un comune spettatore – non si potrebbe neanche avvicinare. Il giro più bello me lo ha fatto comunque fare Miciastra, ma non quest’anno: l’anno scorso, quando la struttura non era ancora in restauro.

Sono riuscito a vedere poche partite importanti. In compenso ho assistito al viavai dei giocatori: Federer, Nadal, la Sharapova, le Williams e via dicendo. Nulla di che: la vera emozione è stato esser chiamato da Miciastra per sistemare il cellulare di Pietrangeli, Nicola Pietrangeli. E’ stato come trovarsi accanto a Pelè, a Senna. Credo non ci sia altro da aggiungere.

Al ritorno dagli incontri, la scena è sempre la stessa: gli uffici ormai vuoti, Miciastra che finisce di preparare il lavoro per il giorno dopo, due sigarette affacciato sui campi, il conteggio dell’orario di lavoro per l’ufficio del personale e poi a casa. La seguo in macchina, aspetto che parcheggi, la accompagno al portone. Si sfoga un po’, mi racconta gli scazzi, abbozza un sorriso. Faccio un po’ il giullare ma è troppo stanca. Le dò la buonanotte e vado a casa anch’io.

Ora il badge è poggiato qui sul tavolo, lo guardo e so quanta fatica c’è dietro.

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