Prese di coscienza
L’altra sera – con Miciastra – abbiamo fatto una passeggiata a “CIAO, BELLA“, la Festa dell’Unità del PD.
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Ora ho capito perchè abbiamo perso le elezioni.
L’altra sera – con Miciastra – abbiamo fatto una passeggiata a “CIAO, BELLA“, la Festa dell’Unità del PD.
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Ora ho capito perchè abbiamo perso le elezioni.
Il prelievo fiscale corretto si aggira intorno a un terzo del reddito, se invece le “tasse sono tra il 50 e il 60% è troppo e così è giustificato mettere in atto l’elusione o l’evasione”
Silvio Berlusconi
02/04/2008
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Abbiamo trasmesso:
Che poi – con questa crisi di governo – un bel COMPROMESSO ELETTORALE si potrebbe fare…
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Magari anche due…
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Tre è chiedere troppo, eh?
[Ehm... ok, scherzavo...

Non amo certi generi di propaganda.
Non inserisco banner, tag e antipixel vari.
Non cambio colore al blog per poi dimenticarmene una settimana dopo.
Ma guardo la foto ed ascolto Living dei Mattafix.
Ascolto queste parole e ci credo.
E pago i miei 99 centesimi.
On air:
“You don’t have to be extraordinary, just forgiving
Those who never heard your cries,
You shall rise”
Mattafix – Living
Ne parlavo pochi giorni fa qui e lo ribadisco tuttora: la mia simpatia per i SUV è pari a zero.
Questo non giustifica però la porcata che si ventila in questi giorni in merito alla probabile Finanziaria di imminente approvazione.
Costretto annualmente a studiarne buona parte per lavoro, sono abituato a non dare giudizi affrettati e soprattutto consapevole che qualche “aggiustatina” alla fine la fanno sempre.
Ma, nonostante la buona volontà e la suddetta antipatia, non riesco proprio a comprendere il senso di tale provvedimento.
Salto a piè pari le considerazioni circa la “lista nera” dei modelli rientranti in tale categoria, soffermandomi invece sulla logica che dà luogo a tutto ciò.
Il SUV non è indice di ricchezza – o almeno non è l’unico indice – visto che le Case Automobilistiche ormai puntano sempre più al prestito di vil danaro più che alla mera vendita del prodotto (tant’è che la maggior parte di esse ha Società Finanziarie proprie). E’ indice di “cazzonaggine” ma questo è un altro discorso.
Veniamo quindi al dunque: qual è il fondamento razionale per cui si tassano i proprietari di tali mezzi?
Invidia sociale? Bah…
Punizione esemplare perchè possessori di un veicolo con emissioni inquinanti notevoli? E se ho un Ferrari Modena, che fa 4 km./litro, cosa dovrebbero farmi? Impalarmi?
Occupazione coatta di due posti auto al posto di uno solo? E le station-wagon?
Punire la cazzonaggine di cui sopra? Mi sembra eccessivo…
La logica di questo provvedimento è quella di chinare il capo di fronte ad una richiesta assurda fatta da una parte dell’attuale Governo in carica (di questo passo, non si sa ancora per quanto).
Se si volesse tassare veramente una fetta di automobilisti, si dovrebbero applicare parametri più razionali; parametri che – secondo il mio modestissimo parere – potrebbero coincidere con il rapporto tra impronta a terra, efficienza e emissioni inquinanti. Ovviamente, tutto ciò con le rispettive correzioni visto che circolano ancora auto i cui proprietari non possono permettersi di cambiare.
Questo sarebbe logico, specie se applicato nelle grandi città italiane. Ma non una tassazione “ad veicolum”: si commetterebbe un errore politico enorme. Uno di quei tanti errori rinfacciati per un lustro al precedente Governo.
Ci deve essere – necessariamente – una coerenza in quel che si fa: non si può attaccare un avversario, quando si è in difetto per primi.
Anche perchè, c’è veramente il rischio di fare La Repubblica delle Banane – Atto II…
Sull’esenzione dal versamento del bollo per le nuove auto Euro 4 non commento nemmeno, dico solo una cosa: il sottoscritto è proprietario di una Euro 4 dal lontano Dicembre 2002…
Il resto della Finanziaria lo commenterò solo dopo aver studiato il testo dei decreti ed esclusivamente in presenza del mio avvocato…
Mi ero ripromesso di non parlare di politica, anzi me lo ero imposto. Non si possono leggere però certe cose e rimanere indifferenti: il caso in questione è la libertà di Silvia Baraldini. Caso trattato da CamelotDestraIdeale.it che titola: “La terrorista Silvia Baraldini libera grazie all’indulto“. Ora, non voglio entrare nella considerazione personale che ognuno di noi ha della vicenda. Quello che mi preme è capire il perchè venga usato il termine “terrorista” ad libitum.
Riporto qui sotto il mio commento a tale post:
“ter|ro|rì|sta
agg., s.m. e f.
AD
1 agg., terroristico: un attentato t.
2 s.m. e f., chi fa parte di un gruppo o di un movimento politico che si avvale di metodi illegali ed efferati per sovvertire il regime politico esistente.
Haiti: Duvalier appoggiato dalla CIA
Congo: Patrice Lumumba viene destituito da Mobuto (appoggiato anch’esso dalla CIA)
Cile: sappiamo chi è Pinochet e di chi aveva l’appoggio, vero?
Mandela: anni ed anni di carcere e definito dal democraticissimo Reagan un “terrorista”.
Nicaragua: i Contras finanziati da Reagan, rovesciano un governo sandinista
Cantiamole tutte le messe, specie quando – oggi come oggi – bolliamo come terroristi semplicemente per giustificare porcate che uomini fanno contro altri uomini. E prima che mi si dica, anticipo subito quello che penso di Cuba: anacronistica, limitativa della libertà dell’uomo, abbandonata a se stessa.
Fossi nato in Sud Africa ai tempi dell’apartheid, non avrei esitato minimamente ad essere un “terrorista”.
Tra l’altro, la democrazia è un concetto molto relativo che spesso confondiamo con lo stile di vita di un popolo.”
Ed aggiungo: usiamo i termini adatti. Lottare per la propria libertà, per l’autodeterminazione del proprio popolo è un diritto sacrosanto non solo quando si parla – per comodo ovviamente – del regime castrista o della dittatura stalinista.
Chissà come mai – tanto per citarne uno – ci si dimentica spesso di Rodney King… forse perchè l’episodio non è propriamente indicativo della grande e potente America, foriera di democrazia? Non è episodio di terrorismo anche quello?
On air:
“Su uomini nati lontano, troppo a sud per tendergli la mano: carcasse fumanti sui campi di sole, migliaia di gole gonfie di parole di dolore, spine nel cuore di quelli che vedon marcire i propri fratelli, popoli usati come merce di scambio: mi oppongo”
Frankie Hi-Nrg MC – Libri di sangue
L’ISTAT pubblica – come ogni trimestre – i dati occupazionali. Il risultato è sicuramente positivo (o almeno sembra): la disoccupazione scende al 7,6% e l’occupazione aumenta di 1,7 punti percentuali.
“Merito della Legge Biagi” gridano l’ex Ministro Maroni e – a ruota – Sacconi che inistono nel dire che la Legge 30 non si tocca.
In realtà la Legge Biagi (naturale evoluzione del Pacchetto Treu) andrebbe rivista ed anche molto: non tanto per l’introduzione della c.d. flessibilità quanto per la mancata realizzazione di presupposti fondamentali per la sua corretta applicazione. La flessibilità – dati alla mano – smuove il mercato del lavoro, snellisce dei meccanismi obsoleti (purchè, ovviamente, non intacchi dei diritti acquisiti). Se il lavoro flessibile è quindi diventato presupposto essenziale per il rilancio dell’economia italiana di contro, servono delle norme a tutela degli atipici che non siano circoscritte esclusivamente all’ambito lavorativo. Non basta garantire un compenso adeguato “che tenga conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto e che è proporzionato alla quantità ed alla qualità del lavoro” nè tantomeno presupporre – in mancanza di un progetto concreto – che il rapporto sia de facto a tempo indeterminato, quando poi lo stesso lavoratore non riesce ad accedere ad una linea di credito o quando la copertura contributiva è ridicola a dir poco. L’errore di fondo è stato abbinare due concetti che hanno poco a che spartirsi: flessibilità ed onerosità del costo del lavoro. L’abbinamento forzato dei due fattori ha portato ad una situazione preoccupante: collaborazioni prive da vincoli retributivi e soprattutto gravate da aliquote contributive irrisorie.
La Legge Biagi andrebbe ritoccata su 2 aspetti fondamentali:
Riprendo brevemente la notizia dell’ISTAT sulla rilevazione delle forze-lavoro: di primo acchito il dato è buono. O – come scrivevo sopra – sembra buono. Sembra perchè – nonostante le agenzie spesso dimentichino di specificarlo – il dato è al lordo degli effetti stagionali e soprattutto, come evidenziato dalla Tabella delle Serie Storiche, è pari al III e IV trimestre del 2003. Sulla definizione di “occupati” non entro nemmeno nel merito; faccio solo presente che, come si evince dal glossario della Nota Informativa, sono definiti occupati: “…le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura…“.
Remo contro: secondo me si dovrebbe rimanere in Iraq ed in Afghanistan.
Ci si dovrebbe rimanere per una buona ragione: garantire ai civili (cui è stato già tolto tanto) una certa “sicurezza sociale”. Se questo fosse veramente lo spirito della permanenza in questi territori, problemi non ce ne sarebbero. Ma il vero problema, a mio avviso, non è tanto la decisione se rimanere o meno, quanto la “qualità” della permanenza. Senza una strategia che contempli un convolgimento delle fazioni iraquene scevra da logiche di “convenienza politica”, si rischia di ripetere (e questo dovrebbe esser chiaro ormai) quello che successe in Afghanistan ai tempi della guerra sovietica. In Panchir, furono “scelti” i Taliban – supportati dall’ISI ed indirettamente dalla CIA – per arginare l’avanzata sovietica (come confermato da Brzezinski al motto “Diamo ai sovietici il loro Vietnam”). Le conseguenze di questa politica le stiamo pagando tuttora e quello che è successo dopo lo sappiamo tutti: un governo sicuramente pericoloso per il mondo ma, soprattutto, pericoloso per la stessa popolazione locale. Ciò che è stato fatto finora sembra però essere tutto il contrario, non a caso il numero maggiore di vittime da attentati è quello della stessa popolazione iraquena.
Era più che prevedibile: i temi fondamentali del G8 saranno le tematiche energetiche ed – in particolare – l’approvvigionamento di petrolio e gas.
E l’acqua? Sicuramente verrà accantonata di nuovo, come avviene ormai da diversi anni. Ormai si parla di acqua “come bene e non come diritto”. Cosa cambia? Se fino ad oggi l’acqua, in quanto diritto, doveva essere fornita anche a condizioni anti-economiche, con la nuova connotazione tutto è ridotto alla mera prestazione di un servizio dietro – ovviamente – il pagamento di un corrispettivo. Si giustifica questa trasformazione con il pretesto di sensibilizzare i consumi (cosa giustissima) ed evitare inutili sprechi; in realtà si camuffa abilmente la gestione da parte di Enti Privati dei servizi idrici essenziali. E, fino a quando questo avviene in zone ad alto tasso di sviluppo economico – dove il consumo giornaliero pro-capite disseterebbe un villaggio africano – il discorso sprechi/consumi è ancora sostenibile. Un pò meno quando a richiedere il “servizio” sono popolazioni assetate da anni.