'Riflessioni'

Di sentinella

Brutto quando ti addormenti sul divano. Brutto perchè poi ti svegli dopo due ore che saresti pronto per uscire, tanto il sonno è andato.  Peccato il resto della città dorma beatamente. A Casa II mi faceva compagnia l’impianto d’irrigazione del giardino, riusciva a scandire l’ora della notte, come facevano i campanili o gli orologi a pendolo. Se ti svegliavi che era in funzione significava che erano tra le tre e le tre-e-trenta; se lo sentivi partire invece erano le tre spaccate, non c’erano cazzi. Sai già che domani le pagherai queste due ore, come se non bastassero tutte le cose che hai già a riempirti la giornata. A proposito di giornata: è tutt’oggi che ascolto una canzone, l’ho messa anche su Facebook. Chissà perchè, forse l’associo ad un’immagine particolare, ad un momento particolare. E a proposito di Facebook invece: dormono tutti, non c’è nessuno per scambiare due parole neanche pagarlo a peso d’oro… Resta comunque il fatto che tu sei lì – di sentinella – ad aspettare di nuovo un sonno ormai andato.
Si, è proprio brutto quando ti addormenti sul divano.

[OUT OF ORDER]

“Quando il cuore senza un pezzo il suo ritmo prenderà
quando l’aria che fa il giro i tuoi polmoni beccherà
quando questa merda intorno sempre merda resterà
riconoscerai l’odore perché questa è la realtà
quando la tua sveglia suona e tu ti chiederai che or’è
che la vita è sempre forte molto più che facile
quando sposti appena il piede lì il tuo tempo crescerà”

Ligabue – Il giorno di dolore che uno ha

Si vis pacem, para bellum

So già che quello che sto per scrivere non piacerà o susciterà qualche protesta. Fa niente. Fa niente perchè di fronte alle cazzate ed all’ipocrisia non riesco proprio a tacere. Mi riferisco a notizie come questa: “Boicottiamo Pechino 2008“.
Come? Scusi, può ripetere? Boicottiamo Pechino 2008? E perchè? Ah, il Tibet… i diritti umani… Giusto, i diritti umani.

Ma dove erano questi tizi quando i diritti umani venivano – e vengono tuttora – calpestati in Sierra Leone? E in Darfur, in Cile, in Nicaragua, in Congo, in Cambogia, in Laos, in Vietnam, in Sudafrica, in Argentina, in Cecenia, ad Haiti, in Angola, in Rwanda, in Somalia? E perchè nessuno si incazza come un’ape quando legge che due terzi della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile? Non è un diritto umano anche questo?

Dove erano “lorsignori”?
Dove sono ora? Vorrei sapere dove sono. Perchè la LISTA è lunga.

Allora viene da chiedermi un’altra cosa: non è che ce la prendiamo tanto per il Tibet solo ed esclusivamente perchè la Cina (e l’Oriente in generale) oggi è lo spauracchio commerciale di un potere economico ormai in frantumi? O – forse – il Comitato Olimpico Internazionale non sapeva – nel 2001 – che è dal ‘59 che va avanti questa storia? Cosa c’entrano le Olimpiadi con l’autodeterminazione di un popolo? Diciamocela tutta: abbiamo tenuto “sotto mazzola” per diversi anni i PVS ed ora che hanno alzato la testa, ci mettono paura. Molta paura. Ce ne frega cazzi del Tibet e del resto del mondo.

Non è con questo che si ottiene quello che ci spetta di diritto, la dignità che ogni uomo dovrebbe avere. “Servono guerre e rivoluzioni e drammi e sangue, per arrivarci“, come dice Parolibero. O – per dirla diversamente – “Si vis pacem, para bellum“.

Tutto il mio appoggio agli oppressi, fa parte della mia formazione, delle parole di mio padre, del mio senso di giustizia.
Ma non toccatemi i 100 metri.

How-R-U-?

Come stai?

Questo ho imparato a chiedere, col tempo.
Non “Come va?“… semplicemente “Come stai?“.
Perchè non mi importa niente di come va, tanto va sempre – o quasi sempre – uguale.
Mi importa di come uno sta, di come si sente, di quello che gli passa per la testa e per il cuore.
Perchè è veramente l’unica cosa che conta. Ed è l’unica cosa che mi fa sentire bene.
Forse l’ho imparato tardi…

E voi “Come state?

Thinkin’

Thinkin'

E passano anche questi giorni, con l’anno nuovo che prende il posto di quello vecchio e tu neanche te ne accorgi.
E così ripensi a questi giorni andati, alla velocità con cui sono trascorsi. A volte troppo lenti, spesso troppo veloci.

Ripensi a quel sabato prima di Natale, trascorso a fare regali conto terzi. Tu – che i regali li hai sempre fatti il giorno della vigilia, all’ultimo minuto, rigorosamente in moto – ti ritrovi a camminare per le strade di Roma con dieci buste in mano e sorridi perchè sei contento di tutto questo. Gli occhi parlano da soli… Ripensi ad un frase che ti taglia in due per quanto è bella: “Tu sei come l’essere e l’avere: ausiliario“. E tu non sai cosa dire…

Ripensi alla domenica dopo, al “Devo svuotare il bagagliaio dell’auto… mi fai compagnia?” e sorridi quando ti trovi davanti un caravanserraglio e due occhi disarmanti che dicono “Non dirmi nulla, eh? Chè non sei nella condizione di farlo“…

Ripensi alla sera della stessa domenica, quando una rana di legno ed un libro di Barbapapà ti fanno sentire bene col mondo…

Ripensi al pane che finalmente decidi di fare la notte della vigilia e che il giorno dopo mangerai…

Ripensi all’incazzatura che ti prendi il 26… per un semplice incomprensione… e ti rendi conto di quanto si è stronzi, a volte…

Ripensi alla corsa fuori Roma per prendere un mazzo di chiavi, mentre guardi fuori dal finestrino e vorresti spegnere tutte le voci che ti parlano dentro…

Ripensi all’ultimo dell’anno… alla passeggiata per Piazza Navona come non facevi da anni sotto il periodo natalizio… Ripensi a Capodanno… “Allora? Vieni a cena da me? Dai…” e tu sorridi e le dici “Non so...”. “Come ‘Non so?’ L’altro giorno hai detto di sì. Che ti rimangi la parola?“. E allora le mandi un sms dicendo “Fai spazio in frigo, che ho una sorpresa” e ti presenti con una stupidaggine che regala un sorriso… E passi una bella serata perchè è una serata normale, come se fosse un giorno qualunque, senza difese alzate… quattro anime che scherzano, sorridono, stanno bene… E con il il proprietario di una macchina rossa che ancora vi cerca…

Eppoi ripensi a questi ultimi giorni: “C’ho sete“… “Senti, scusa… c’ho sete“… “Posso dirti una cosa? C’ho sete“… Ripensi alla passeggiata per il mercatino, alle pulizie che sembrano più le grandi manovre, ad “Un’ottima annata“, alle corsa da Ikea, alla macchia di vino rosso sul mio piumone bianco latte… Ripensi alla pioggia che tamburella sul soffitto… ai colori diversi della casa… ai profumi…

Ecco, ripensi a tutto questo…
E sai che anche il 6 gennaio è andato…
Ed è un po’ come tornare a scuola…
E’ passato…
Dovrei smontare il mio ramo natalizio…
Non mi va…

On air:
When you sail across the ocean waters,
And you reach the other side safely,
Could you smile a little smile for me?
’cause I’ll be thinkin’ about you,
I’ll be thinkin’ about you…

Norah Jones – Thinking about you

E…

XYZ: “E… che fai a Capodanno?
IM: “Se sono fortunato sto a casa, se sono sfortunato ricevo qualche invito

Già… che faccio a Capodanno? Non lo so nemmeno io… come se poi fosse obbligatorio fare qualcosa. Chi cazzo l’ha detto che debba divertirmi per forza la notte di Capodanno? O di Carnevale? Due giorni che odio, mai tollerati. Sentirmi obbligato a ridere e sorridere per forza (che poi, sono i gesti più naturali e spontanei dell’uomo) quando – magari – ho le palle che frullano più veloci delle particelle del CERN. Come se una notte di 10 ore servisse a buttare via i bocconi amari, le preoccupazioni, gli schiaffi che hai preso fino a dieci minuti prima.

Quindi non so cosa farò a Capodanno. Questo è poco ma sicuro.
So – invece – cosa ho fatto o non ho fatto quest’anno.
So esattamente quello che ogni singolo giorno mi ha dato e mi ha tolto.

Di Gennaio, so che mi ha dato un trasloco lampo, una nuova casa, una cena in un ristorante giapponese, delle urla in piena notte all’angolo di una concessionaria. Ma – soprattutto – un pomeriggio di quelli da spezzare il fiato per l’emozione.

Febbraio mi ha fatto conoscere – per la prima volta – il senso del distacco, della lontananza. Ma anche il ritrovarsi e rimanere senza parole. Mi ha dato anche una corsa in moto come non facevo da tempo, di quelle dove la strada è un fettuccia e tu, lanciato, cerchi di scrollarti di dosso un po’ di sudiciume. Oggi non la rifarei. Tanto, il fardello che ognuno di noi porta con sè, rimane ben aggrappato anche ad alte velocità.

Marzo sembra esser passato così, ovattato, senza togliere o dare più di tanto. A pensarci bene, niente passa così. I segni restano sempre, nel bene e nel male. Fortunatamente i segni lasciati da Marzo, sono state principalmente buone emozioni.

Ad Aprile ho sottratto una foto, di quelle inaspettate, quando i raggi del sole fanno il loro lavoro. Non so quante volte l’ho guardata da allora. Ad Aprile però, ho anche sistemato un conto che avevo in sospeso: perchè l’affetto prescinde dall’amore. E perchè ognuno di noi ha diritto a quella dignità che gli spetta come essere umano.

Maggio mi ha dato un anno in più, almeno all’anagrafe. Mi ha dato una giacca da moto nuova, quella che – oggi – è strappata e che ha limitato i danni. E poi mi ha messo alla prova in un momento critico. In bilico tra complicità e presenza. Credo di averla superata, ma non ne sono sicuro.

Di Giugno, di questo Giugno 2007, potrei parlarne all’infinito. So che i segni che ha lasciato saranno difficili da cancellare. Fisicamente e non. Ma mi ha dato anche, a modo suo, momenti fuori dal tempo e dallo spazio. Malgrado tutto, Giugno 2007 mi piace ricordarlo per un concerto sotto un cielo stellato ed una lucciola a farci compagnia.

Luglio, senza battere ciglio, mi ha tolto mia nonna materna. Così, senza nemmeno avvisare. Ed io ero lì, immobile che guardavo. Non potevo nemmeno abbracciare mia madre. Poi, non contento, Luglio mi ha ridato il senso del distacco, le distanze incolmabili ed il tempo infinito.

Da Agosto sono uscito vincitore: una corsa di 220 chilometri al mare, un’amaca, il sole. E poi una strada mille curve in taxi, di quelle lunghissime, dove le luci da dove sei partito sembrano già lontane e quelle dove devi arrivare ancora più distanti. Ma alla fine arrivi.

Settembre mi ha preso, mi ha masticato un po’ e mi ha gettato via come una gomma senza più sapore. Non mi ha dato nemmeno il tempo di respirare, con le sue riprese veloci, un altro – ennesimo – distacco inaspettato, un altro infortunio. Si rischia di perdersi in mesi come questi.

Ottobre, invece, ha avvisato eccome quando si è portato via mia nonna paterna. Mi ha tolto le parole che avrei voluto dire a mio padre e che invece sono rimaste strozzate in gola. Ma anche stavolta ho ingoiato, ho rialzato la testa e gli ho strappato il 12 ed il 28. Perchè non si può sempre dare, ogni tanto si deve anche avere.

Anche Novembre si è portato via qualcosa: LEI. E – anche a Novembre – ho pareggiato il conto. Così il 9 è arrivata Dafne… Peccato abbia preso il gol al 90°, quando – con il suo sabato 24 ed in perfetto contropiede – mi ha messo con il culo per terra.

Di Dicembre salvo poche cose: sicuramente un paio di cene dove parli e dici quello che forse non hai mai detto. Servono? Credo di si. Mi regalato anche un paio di weekend inaspettati, che poi sono quelli più belli, perchè ti sorprendono e ti lasciano senza parole. E poi, di Dicembre, salvo il mio ramo natalizio

Chissà quante cose ho tralasciato, ho fatto finta di dimenticare od ho volutamente omesso. Chissà quante pagine si potrebbero riempire con le cose che capitano in un anno. Fitte, intrecciate, intense. Quante facce ho incontrato e quante ne ho dimenticate. Un mescolìo continuo di eventi, di situazioni che – ognuno a modo suo – ci plasma, ci forma e fa guardare comunque avanti. Ecco questi mesi sono passati così, ma sono andati. Hanno abbandonato il campo. Non so se abbiano vinto o meno, ma io sono ancora qui a giocare. Mentre loro lasciano il loro posto a nuovi giocatori.

A proposito: non so cosa faccio a Capodanno…

Omesse verità

Scherzosamente, definisco così le bugie dette a fin di bene, magari per alleviare dolori e dispiaceri. Anzi: più che le bugie, le cose non dette.
Ma dipende molto chi si ha davanti.
Perchè in certi casi si peggiorano le cose, sottovalutando la persona; specie poi, quando la stessa s/ragiona alla velocità della luce (o – autocitandomi – ha le sinapsi veloci).
E quando succede – quasi a scrollarci di dosso quel senso di incertezza – sondiamo il terreno, cerchiamo conferme, chiediamo: “Beh, non mi chiedi nulla?
L’altro ti guarda, abbassa lo sguardo e pensa: “E che dovrei chiederti? Quello che già so e che non dici?

Man-at-arms

“Tu sei un soldato.”
“…”
“Tu combatti sempre.”
“…”
“Tu non ti arrendi mai.”
“…”

Complicato.
Se dovessi scegliere un termine – alla domanda “Come definiresti il tuo vivere?” – sicuramente userei questo. Nè facile nè difficile.
Complicato e basta.

Un’anagrafe complicata. Dove il buonismo cattolico faceva di me un “figlio-di-puttana”. E dove invece, ai figli di puttana – quelli veri, quelli con le mani sporche di sangue – i funerali cattolici non vengono negati.
Una famiglia complicata. Dove – ancora oggi – non riesco a capire certe dinamiche, certi assetti. Dove pesano anni di incomprensioni, di astio, di dolori, di rinfacci, di rancori. Dove una telefonata in piena notte sgretola ulteriormente quel sottile equilibrio. Dove non c’è Natale, Pasqua o vacanza passata come il resto di bambini.
Una scuola complicata. Perchè, appunto, nato figlio-di-puttana. Perchè trasmessa sempre come “dovere”. Perchè – per difendere un amico – mi son giocato la maturità. E creato ulteriori complicazioni con la famiglia di cui sopra.
Delle amicizie complicate. Dove una parola è poca e due sono troppe. Dove le scottature hanno lasciato i loro segni e sono l’unica cosa che resta.
La politica complicata. Dove vedi le ingiustizie e non riesci ad ingoiare. Dove sogni uomini che impugnano bastoni e si ribellano ai soprusi. Dove ti cacci nei guai perchè non sai tenere la lingua a freno. Dove l’onestà intellettuale è cosa rara. Ed il revisionismo storico è una moda.
Un lavoro complicato. Dove gli oneri son maggiori degli onori. Dove fai-fai e sembra sempre che non hai fatto nulla. Dove oggi, stando al mio conto corrente, non potrei comprarmi nemmeno le sigarette.
Dei ritmi di vita complicati. Dove ti senti dire “Ma dai? Non ci credo che non trovi il tempo per…”. Dove anche cenare è una complicazione. Dove è difficile gestire le cose. Dove – anche quando provi a gestirle – dipendono sempre da terzi.
Degli affetti complicati, delle relazioni complicate. Dove… dove e basta.

Allora ripensi a quelle parole e ti spieghi il perchè sei un soldato.

Ombre

Ogni uomo getta un’ombra; non solo il suo corpo, ma anche la sua frastagliata anima imperfetta.

Henry David Thoreau

Any given monday

Caffè, sigaretta, doccia. Non mi sbarbo neanche. Mi infilo quello che capita ed esco. Caffè al bar, parcheggio, altro bar altro caffè, un paio di commenti sulle partite del giorno prima. E poi via: telefono, fax, email. Sorrido, mi incazzo, ci rido sopra.

E’ lunedì. Ma manca qualcosa.

Forse perchè non c’è giorno che passi in cui non mi aspetti qualcosa che mi sorprenda, che mi tolga il fiato. Che arrivi così, senza preavviso. Non c’è giorno che passi in cui rientrando a casa non speri di trovare l’allarme disinserito ed un sorriso disarmante ad attendermi. O che arrivi una telefonata diversa. O che, girando l’angolo, incontri l’amico di vent’anni fa.

E di tutti i giorni, il lunedì in maniera particolare.

Inizia così invece: sempre uguale, sempre cadenzato. Inizia così e ti mette di fronte una settimana già programmata, in cui ti ritrovi impegolato nelle stesse identiche cose, con gli stessi identici ritmi. Sai già perfettamente come sarà la settimana, giorno per giorno. Magari – che so – vorresti un lunedì che ti regalasse un mercoledì diverso dal solito. O un giovedì da ricordare. O un venerdì pieno di lavoro. Un lunedì che faccia da elastico per lanciarti attraverso tutta la settimana, che sfrutti l’effetto volano per portarti al lunedì successivo.

Invece no: non ci pensa affatto il lunedì a farti un regalo simile.

Tempo fa non era così, il lunedì era diverso. Era come i primi giorni di scuola quando – forse per l’entusiasmo di ricominciare, malgrado le vacanze fossero finite – scrivevi in bella calligrafia, usando la penna rossa e quella nera. Anche se sapevi che avresti dovuto studiare tutto l’anno.

Non voglio sottrarmi agli oneri che mi competono. Anzi.
Ma è come se mancasse lo spunto.

E’ lunedì.

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