'Riflessioni'

Guardia bassa

Il conoscersi sempre meglio comporta una sorta di rilassamento… ci fa quasi adagiare…

Al momento, non ci ho fatto caso più di tanto. Si sa – comunque – che le parole di un certo peso prima o poi tornano sempre a galla.

In parte è vero.
La conoscenza porta – inevitabilmente – a metabolizzare i comportamenti altrui, ad assimilarli, ad inquadrarli in qualche modo in una sorta di automaticità.

Ma solo in parte.
L’errore è pensare che l’altra persona sia assuefatta a tali comportamenti, che non si “stupisca” più di certe cose, che non ne sia sempre affascinato.
Che abbia abbassato la guardia, insomma.
Ed ancora più grave è pensare che l’abbia fatto perchè è normale, perchè sono dinamiche rodate. Perchè fa parte della media ponderata.

Ecco: l’inquadrare necessariamente un qualcuno in base al proprio vissuto – anche se fatto quasi ad esorcizzare tale meccanismo – quello sì che significa abbassare la guardia.

On air:
Oh lay a little lovin’, honey
To feel you’re gettin’ close to me
Is everything that matters to me
Is everywhere I wanna be

Roxette – Milk & Toast & Honey

In bilico

C’e’ una cosa più’ grave del non far seguire i fatti alle parole che si dicono: l’esatto contrario.

A pensarci bene, suona strano. Ci hanno sempre abituato a giudicare le parole degli altri in base al loro agire, a valutare la coerenza tra il parlare ed il mettere poi in pratica. E fin qui, il tutto non fa una piega, anzi. Il dato di fatto e’ il metro più’ veritiero per misurare le cose. Perche’ esula dagli aggettivi qualificativi, dai giudizi di merito.

Quello e’ e quello rimane.

Ma – a volte – non basta. O meglio: non si puo’ delegare esclusivamente al dato di fatto il compito di trasmettere qualcosa. Ne’ -tantomeno – si puo’ pretendere che la persona che ci sta davanti, appurato il dato di fatto, sia necessariamente soddisfatta. E non perche’ il dato di fatto non sia soddisfacente. Si crea confusione, si destabilizza l’altra persona senza rendersene conto, se le parole non vanno di pari passo, se non si e’ capaci di trasmettere.
Il dato di fatto conta senza ombra di dubbio, perche’ genera in qualche modo equilibrio. Sono le parole che lo precedono pero’ che gli danno stabilita’.

A volte, non riesco a trovare queste parole.

On air:
Hai scelto me
passa di qui
se ti capita

Zucchero – Hai scelto me

Πάντα ῥει

Tutto cambia.

Le domeniche – nonostante tutto – non sono poi così maledette…
Il secondo mazzo di chiavi è al suo posto…
Le parole prendono forma…
Ritaglio 3 ore per fuggire da “Pianeta Terra” e spengo il cellulare…

Solo i 3 puntini sono rimasti uguali…

Luci della ribalta

Bambino “Ma, prima di nascere, dove stanno i bambini?
Uomo “Eh… stanno in un posto bello, dove tutto va sempre bene…
Bambino “E poi? Che succede?
Uomo “E poi si fa una lotteria e…
Bambino “…e chi vince, nasce?
Uomo “No, chi vince resta… è chi perde che nasce…”

Pressappoco questo è il dialogo – in un vecchio film di Nanni Loi – tra un uomo, troppo stanco, ed un bambino. E’ da oggi che ci penso in continuazione.

Penso anche che – più che una lotteria – la vita sia uno spettacolo. Non uno spettacolo qualsiasi. Piuttosto uno di quelli dove ogni attore, già obbligato a fare l’orso ammaestrato per diletto di uno “spettatore” troppo esigente, sia costretto non solo a pagare un biglietto d’ingresso, ma anche uno d’uscita. Entrambi dal prezzo troppo alto, veramente troppo.

Anche perchè, se lo spettacolo fosse un musical tutto “luci&lustrini” ci si potrebbe stare; il fatto è che – nella maggior parte dei casi – lo spettacolo non è nemmeno paragonabile ad una rappresentazione parrocchiale della domenica. Di quelle tristi, con le scenografie dipinte a tempera ed i costumi fatti di carta crespa e punti di spillatrice.

E col solito “spettatore” sempre seduto lì.

Ma il problema, quello vero, è che la campagna abbonamenti per spettacoli del genere non è mai chiusa.

On air:
Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi:
la locomotiva ha la strada segnata,
il bufalo può scartare di lato e cadere

Francesco De Gregori – Bufalo Bill

Babilonia

Giornata di silenzi, questa.
Trascorsa a recuperare il tempo perso su una tabella di marcia che sembra andare troppo veloce.
Ho interagito 4 volte in tutto oggi, di cui 2 con la stessa persona.

Anche la serata è di silenzi.
I pensieri si infrangono l’un l’altro, si mischiano e si frammentano come mille gocce d’olio nell’acqua.
Babilonia nella testa.

On air:
Close your eyes, just feel and realize
It is real and not a dream, I’m in you and you’re in me
It is time to break the chains of life
If you follow you will see, what’s beyond reality

Enigma – Beyond the invisible

Officine meccaniche

Costruiamo ingranaggi. Quotidianamente. Lo facciamo in ogni situazione, in ogni gesto seppur piccolo. Spesso vengono fuori bei lavori: sincronia, alta meccanica, precisione tutte unite in un unico corpo; che ti ci perderesti a guardarli, quasi come gli acquari. Per quanto ci sforziamo pero’, questi ingranaggi non sempre combaciano, girano “rotondi”, non esprimono la coppia adeguata. Non pretendo di costruire ingranaggi perfetti, disposto – sempre e comunque – a qualche limatina, qualche aggiustatina affinchè gli ingranaggi combacino meglio. Gli ingranaggi però – nonostante i nostri sforzi – non sempre girano come dovrebbero. Ed allora prendi atto che un meccanismo, in quanto tale, ha bisogno di rodaggio, di lasciar fare all’usura quel lavoro di lima che invece vorresti fare tu. Di autotararsi sulla giusta rotazione e trasmettere la giusta energia.

On air:
So close no matter how far
It couldn’t be much more from the heart
Forever trusting who we are
And nothing else matters

Metallica – Nothing else matters

[dis]Attese

Tranquillo, ci penso io…
Non preoccuparti, tanto domani…
No, ma [giorno X] tranquillo che si fa…

Non so perchè, ma ogni volta che ascolto frasi del genere, vado in preallarme. O meglio: lo so, eccome se lo so. Perchè – a preoccuparmi – non è tanto il non poter gestire le cose (che, se è vero il detto del Chi fa da sè, dovrebbe darmi comunque da pensare) quanto l’attesa, l’aspettativa che la frase stessa implica. E, per quanto si possa esser smaliziati, un po’ ci si fida sempre. E regolarmente ci si sbaglia. Sollevare da un qualcosa un qualcuno, significa chiedergli fiducia innanzitutto; ma significa anche ingenerare un senso di protezione, di tranquillità che dovrebbe essere “onorato”.

Sto diventando intollerante a frasi del genere.
Sarà il momento, sarà lo stress.
Sarà questo enorme giramento di palle che ho…

Legàmi

Apro cassetti, rovisto tra libri e vecchie carte, cerco foto. Questo è quello che mi ritrovo a fare ogni volta che torno dai miei. Ieri ne ho portate via tre, quattro di foto, una in particolare continuo a guardarla. E’ una foto semplice, con mia mamma che mi tiene in braccio. La guardo e mi soffermo sugli occhi, sullo sguardo. Un’altra invece – che ho stampato negli occhi – non riesco a trovarla: ci sono io, c’è mio papà con le basette lunghe ed i baffoni ed indosso una polo a righine, c’è una torta di compleanno con un’unica candelina rossa.
Cerco le foto in particolare, quasi a voler “vivere” da grande quegli episodi che la mia memoria storica non è riuscita a registrare. Guardo soprattutto come erano i miei, come il vivere li abbia – in qualche modo – piegati. Non posso fare a meno di paragonarli con quello che sono oggi, con i loro fardelli, le loro soddisfazioni, i loro affanni. E più passa il tempo, più li vedo con occhi diversi, quasi sia in atto uno scambio di ruoli. Il figlio che diventa genitore del proprio genitore e viceversa.
Ieri, a pranzo con loro, pensavo proprio questo.

A capo chino

La notizia – due giorni fa – arriva così, come una rasoiata.
Mi coglie impreparato nonostante si ventilasse qualcosa. C’è chi sta male e non temporaneamente come me.
Provo dispiacere, ovviamente. Ed una profonda vergogna per l’immediata reazione al mio, di malessere.
Non credo di essermi pianto addosso più di tanto, ma – inconsciamente consapevole della temporaneità – mi sono permesso di fare il bello e cattivo tempo, il diavolo a quattro. Soprattutto nei confronti dell’unica persona che mi ha aiutato veramente. Ho aggiunto, senza rendermene conto, un ulteriore carico al fardello di dolore che le ho procurato vedendomi in quelle condizioni.
Sono le notizie come quella dell’altro giorno, dove il malessere non è temporaneo per niente, che ti riportano con i piedi per terra.
E ti fanno chinare il capo in segno di scuse.

On air:
Oh, I’ve seen fire and I’ve seen rain.
I’ve seen sunny days that I thought would never end.
I’ve seen lonely times when I could not find a friend,
but I always thought that I’d see you baby, one more time again, now.

James Taylor – Fire and rain

Aquiloni

Vende aquiloni. Nei suoi sandali – brutta copia della moda dell’estate – vende aquiloni. Uno lo tira nel vento, gli altri nello zainetto. Passa tutti i giorni quasi sempre alla stessa ora. Nell’altra mano, un campionario di tatuaggi all’henné. Un piede – il sinistro, forse – ricoperto da un nugolo di cerotti, quasi a lenire il dolore delle vesciche. Passa e tira il suo aquilone, quasi ignorando i potenziali acquirenti. Non parla, non si ferma da nessuno. Avrà si e no quindici anni.
Lo guardo passare e provo vergogna. Per una dignità che gli spetterebbe di diritto e che invece gli è negata. Per un cesso dove potersi lavare tutti i giorni. Per il sorriso che gli manca. Per tutte le carcasse di uomini che marciscono al sole.
Lui continua a passare. Forse – in cuor suo – non gli interessa vender aquiloni ma essere uno di loro: farsi trasportare leggero, giocare col vento, vedere il mondo dall’alto.
Ma lui continua a passare
Ed io a provare vergogna.

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