‘zzo…
Aò…
Questi l’hanno votato veramente Antonio…
‘zzo…

Aò…
Questi l’hanno votato veramente Antonio…
‘zzo…

Piove e Roma si muove lentamente.
Il traffico rallenta tutti i miei ritmi, gioco con la rotellina dell’iPod, cerco una canzone in particolare. E’ venerdì ma con la testa sto ad un altro venerdì, un venerdì dei primi di giugno dello scorso anno.
Da lì a pochi giorni, sarebbe cambiato qualcosa.
- “Che fai?”
- “Vado al mare. Vieni? Dai, dai… vieni con me?”
- “Non posso. Devo lavorare…”
- “…”
Poi invece lascio tutto e parto. Faccio l’Aurelia quasi volando, passo accanto al ponte di legno ed arrivo.
- “Allora? Te lo godi un po’ di sole?”
- “Si…”
- “Sei molto carina sul lettino…”
- “Ah si? E tu che ne sai?”
- “Girati verso il bar...”
- “Ma… ma… sei qui???”
- “Essì…”
Di quel venerdì ricordo un sorriso, la sabbia nelle scarpe, l’odore della crema solare, l’aria calda nel casco.
Bel venerdì…
“Che vento che tira
taglia il respiro spinge un po’ in là
forse ci vuol cambiare
mi sa che non ce la farà…
Mi riesci a sentire
in questo rumore?
Vieni un po’ qua
fammi sentire il mare
al centro di questa città…
Tu sai che ciò che so
sai la vita che ho
riparati un po’
forse ti piove dentro
usa la casa che ho”
Ligabue - Tutte le strade portano a te
Sono stanco. Di sentire cazzate principalmente. Di essere tacciato di determinati comportamenti e poi subirli al contrario. Dei soldi che rincorro sempre. Dei tempi stretti che ho. Dell’astio gratuito. Del dover chiedere “Scusa” e non sentirmelo mai dire. Del saper chiedere “Scusa” perchè penso a quello che mi si dice. Della routine quotidiana. Di queste facce da cazzo sui manifesti elettorali che tappezzano Roma. Delle bollette che non faccio in tempo a pagare. Di giustificazioni inutili, non richieste, superflue. Della fisioterapia. Di essere protettivo quando di protezione ne ho bisogno anche io. Della programmazione di Sky Cinema che ho deciso di disdire. Dello stare sempre da solo. Del fatto che si ricordano tutti di te per queste elezioni. Di essere comprensivo quando la comprensione invece dovrebbe essere bidirezionale. Del bar dove prendo il caffè perchè ha cambiato gestione ed il barista mi sta sul cazzo che, quasi quasi, mi faccio portare la macchinetta del caffè in studio dalla Lavazza. Di mandare sms e non avere risposta, visto che - tra l’altro - li pago e non me li regalano. Dell’egoismo. Di ricevere telefonate inutili e con un tono che lascia senza parole. Di guardarmi allo specchio e vedermi questa cazzo cicatrice. Di non riuscire a leggere quanto vorrei. Di dover ogni giorno preoccuparmi della cena che mangerò: dove, quando e con chi. Di prendere quello che mi viene detto come qualcosa su cui riflettere e non come semplice accusa. Del sentirmi dire che non si trova un minuto - di numero - per scrivere un sms ed incazzarsi quando lo fai notare perchè è inverosimile una cosa del genere. Del calcio e della F1 che mi fanno due palle così. Dell’orgoglio. Del dimenticarmi sempre di fare il bucato. Di non riuscire a smettere di fumare. Del freddo che prendo la mattina. Del non potermi comprare un iPhone. Del farmi carico dei problemi della mia famiglia solo perchè primogenito. Sono stanco di dare l’impressione che non ho bisogno di attenzioni anche io. Ne ho bisogno eccome, più di quanto sembri.
Non sono d’acciaio.
“Giochi e vuoi che rida
il test è negativo
giochi a farmi dire ‘Si’
e lavori sempre d’ago a modo tuo… “
“Niente di nuovo
tranne l’affitto per me
che mi ritrovo
e mi riperdo perché…”
Non faccio in tempo ad uscire dalla clinica che accendo una sigaretta. Guardo mia mamma, gliela passo e ne accendo un’altra per me.
“Facciamo due passi?”
“Facciamo due passi…”
Piazza Eurosia è cambiata ma il bar è sempre lo stesso. Sono passati vent’anni. Prendiamo un caffè, il gestore mi guarda.
“Ma tu nun sei…” - non fa in tempo a finire la frase - “Si, si… sono io… Come stai Pi’?”
Ci raccontiamo un po’ di cose, poi mi dice “Gabriele sta lì, passa a salutallo, no?”
Passiamo davanti alla Chiesoletta, il portoncino è chiuso.
Poco più avanti c’è lui, seduto al sole sulla gradinata della chiesa, quella grande. Gabriele - “il Faciolo”- custode della Chiesoletta e bidello della scuola.
“Anvedì chi c’è… Andrè… ammazza quanto tempo è passato…”
“Ciao Faciò…”
“Ao’ ma come stai?” e mi stringe in un abbraccio, un vero abbraccio.
“Bene… e tu?”
“Ma ‘o sai che so’ stato pe’ morì? M’è venuta ’st’estate ‘na cosa ar colon… Me so’ sarvato pe’ miracolo… ma c’ho sempre settantacinqu’anni…”
“Ed ora? Tutto bene?”
“Tutto bbbene… e te che fai invece? ‘ndò vivi mo’?”
Parliamo un po’, mi dice che i ragazzi che vanno alla Chiesoletta son sempre meno.
“Sò tutti rincojoniti da ’ste machinette - simula i videogiochi - mica so’ come voi che bisognava sparavve pe’ fermavve… m’avete fatto coore più voi… però era mejo, ve divertivate de pppiù”
“Ma le vendi ancora le merende alla ricreazione?”
“E sinnò chi ‘e venne?”
“Quante ce ne regalavi…”
“Eh t’o'ho detto: voi eravate ‘n’antra cosa… Eravate tutti fiji mii… questi no…”
Parla Gabriele, racconta di come cambiano le cose, di come invecchia. Racconta di chi non c’è più, perchè le strade si dividono e quando si è piccoli è facile prendere quella senza uscita. Parla del Prete, l’unico vero Prete che io conosca. Parla ed ha i “lucciconi” agli occhi.
“Giuro che ripasso a trovarti presto. E con una bottiglia di vino. Nemmeno mi ricordo quando ti ho portato l’ultima… mi sa che ero troppo piccolo anche per bere…”
“Tanto io sto qua, come sempre…”
E allora ripensi alle ginocchia sbucciate, al sapore di terra che ti sentivi in bocca dopo quattro ore di pallone. Ripensi alle partite a ping pong e biliardino, ai gavettoni, ai tappini di carta sulle candele dei motorini per non farli partire, alle cazzate per la ragazzina di turno che ti piaceva, al pugno che prendevi ed al pugno che davi.
Ripasso davanti alla Chiesoletta. Il portoncino è sempre chiuso.
Peccato.

Il prelievo fiscale corretto si aggira intorno a un terzo del reddito, se invece le “tasse sono tra il 50 e il 60% è troppo e così è giustificato mettere in atto l’elusione o l’evasione”
Silvio Berlusconi
02/04/2008
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